Il Partito che non c'è...

Proprio ieri in qualche circolo si votava per la scelta della potenziale mozione vincente che poi, attraverso rappresentanti per nulla scelti liberamente dagli iscritti, col paradosso di liste bloccate nel partito quando si chiedono le preferenze al di fuori, rappresenterà tutti gli iscritti nel regionale e nel nazionale. Ho dunque partecipato alle votazioni tenute nel VII Circolo Borgo Rivo-Campitello cui appartengo: la solita e desueta sfilata di presunte personalità politiche cittadine e non (la partecipazione di cotanto Bocci per Franceschini, di Giovannetti - con i suoi congiuntivi fantozziani - per Bersani); l'amara constazione della farraginosità dello statuto e di certi regolamenti di votazione che complicano la vita politica ed elettorale; le consuete lungaggini di presentazione e discussione di qualcosa che non c'è. Al solito, fuori dalla porta, c'è il via vai di bisbiglia alle orecchie, di presumibili complotti, di decisioni personali che non meritano mai un dibattito sincero, aperto, democratico: quello chiede qualcosa a quell'altro, un altro si affanna, altri ancora aspettano in preghiera che il "personaggio" di turno possa rivolgere anche a loro l'attenzione che sperano di meritare (e che, purtroppo, non avranno se non attraberso una misera stretta di mano). Come a dire che in ogni occasione di questo genere c'è sempre la ricerca del piacere e del prestito personale (intellettuale o partitico), piuttosto che la volontà di esporsi nella condivisione dell'obiettivo e dell'ideologia: cosa si diranno all'orecchio e perché c'è sempre qualcuno che di nascosto si allontana con qualcun'altro sotto braccio per non destare sospetti e illazioni? E come mai si trova sempre qualche novizio pronto a salire sul paco - che non esiste - solo per poter poi fare anche lui, come i presunti "importanti", la scappatella sottobraccio bisbigliando alle orecchie al prossimo incontro? E come mai tutti gli altri partecipanti, in barba se non altro alle regole della civile educazione, non possono conosocere quanto viene solo sussurrato? E perché si creano sempre gruppetti separati e non si vede mai una comunità politica omogenea e coesa?
In verità sotto le apparenze scorre un egoismo che non è propriamente l'esempio e l'epifania del democratico. E che egoismo ci fosse stato sin dall'inizio lo si constata conoscendo che la scelta medesima da parte degli iscritti delle mozioni cui aderire sin troppo spesso è avvenuta ben prima che fossero state definite concettualmente e formalmente le mozioni medesime. Così si è visto che chi ha aderito alla mozione Bersani senza conoscere affatto quella di Franceschini o di Marino (e viceversa), lo ha fatto in primo luogo senza seguire il presunto spirito democratico - che porta con sé il diritto dell'informazione e della conoscenza - ma seguendo semmai questo o quell'altro "amichetto", che è come dire questo o quell'altro personalissimo "interesse", questa o quell'altra salvaguardia di una posizione raggiunta e non più discutibile, di una ideologia sostanzialmente preconfezionata a scapito della dialettica costruttiva e davvero progressista. Chi parla sventola di nuovo propositi indiscutibili, idee meravigliose; prospetta scelte insindacabili perché politicamente corrette e intelligenti e dimentica che proprio nelle attività di governo cittadino, regionale o nazionale quelle parole che ora scandisce come novità non hanno mai nemmeno lontanamente informato la personale attività istituzionale: facile parlare, difficile riconoscere nei fatti l'applicazione del concetto professato. E stupisce che per la mozione Bersani, informata intellettualmente dall'astutissimo D'Alema, si presenti, primo a parlare, l'Assessore Giovannetti (che ha molto dell'assessore di Zelig) che forse non ha mai letto né saputo che proprio D'Alema, nel giugno scorso, aveva invitato la vecchia classe dirigente a farsi iscretamente da parte, per poi tornare, nei fatti, a negarlo. Oppure, sebbene intimamente affascinati dalla verve quasi teatrale dell'esposizione, stupiscono le affermazioni di Bocci, fermo sostenitore di chi, come Dario Franceschini, non aveva esistato, all'indomani della caduta del povero Walter, a confermare e riconfermare che avrebbe soltanto traghettato il partito al congresso di ottobre, facendosi da parte al tempo fissato, senza dubbi o ripensamenti (com'era candido il suo parlare alle ripetute presenze televisive di porta a porta o ballarò, o la dialettica sincera riportata nelle maggiori testate giornalistiche nazionali). Com'è che, nel dibattito del VII circolo nessuno ricorda, sebbene spesso si faccia riferimento proprio alla mancanza di memoria storica negli ascoltatori? E com'è che oggi stiamo ancora confrontando le nostre novità e le nostre aspettative con persone (o personaggi?) che non hanno il dono dell'onestà intellettuale e del vero?
D'altro canto nell'analisi stessa dei concetti espressi da questo o quell'altro non c'è nessun accenno a precise posizioni politiche ed amministrative: la presentazione delle mozioni si concentra sul dato generale, generalissimo, nella presunzione che parlare contro Berlusconi e le scelte dell'attuale governo possa in qualche modo enunciare e chiarire punti programmatici che non ci sono e che forse, proprio per questa mancanza, è meglio glissare elegantemente. Tentare una soluzione ai problemi occupazionali e salariali non ha più senso; proporre sistemi di snellimento amministrativo che, Brunetta o non, possano davvero velocizzare la cosmogonica macchina delle pratiche autorizzative appare senza dubbio un problema, ma parlarne magari è demodé; preoccuparsi del successo dell'innovazione tecnologica e concepirla come un sistema impresa non rappresenta più un obiettivo concreto e raggiungibile; concepire il sistema sviluppo sostenibile come nuovo stimolo per la crescita culturale ed occupazionale ha smesso di essere importante dopo l'elezione di Obama; eliminare dalla scena pubblica chi non ha saputo proprio ottemperare ai propri doveri rimane effettivamente un tabù, per cui meglio proprio non parlarne. Confrontando le famosissime mozioni, che quasi hanno rischiato di creare tre partiti all'interno del PD, è difficile discernere effettivamente le differenze, o anche soltanto individuare con

precisione e senza ambiguità chi dice cosa e come. Semmai vale la pena ricordare che c'è stata ancora una vota una speciale spallata verso chi tentava se non altro di aprire un dibattito sul nuovo. La dimostrazione dell'egoismo di partito, in questa occasione, abbiamo potuto riconoscerla nel caso Ignazio Marino, che ha tentato di dare forma scritta e proporre chiare linee politiche - che vuol dire anche chiare e indiscutibili posizioni e scelte - e che si è prontamente provveduto a nasconderlo nell'ombra dell'indifferenza, occultandolo, ed attuando un ostracismo mediatico di altri e lontanissimi tempi, con lo scopo preciso di salvaguardare le vecchie posizioni di partito, o, meglio, le vecchie archetipiche sostanze da cui nasce il PD.
Nessun confronto dunque e di coseguenza nessuna crescita del partito, ancorato a stilemi di dibattito troppo desueti ed antidemocratici, troppo pieno di elementi di disturbo, ancora così tanto pieno di "ismi" che ne negano la progressione e l'evoluzione naturale. Il pubblico regge alla delusione, continua imperterrito a partecipare nella coscienza che tutto quanto di buono verrà prospettato sarà naturalmente disatteso all'indomani della fine del Congresso, alla faccia di chi crede, alle spalle di chi ha progettato vane speranze. Noi semplici "credenti" aspettiamo che venga aperta la porta anche alle nostre proposte, che i progetti non ci vengano depredati e prontamente riciclati sotto altra veste, che venga concesso spazio a competenze nuove e più in sintonia con la quotidianità del vissuto, e sono oramai due anni che rincorriamo questa stranissima e italianissima utopia.